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Il sogno di Ibiza in un set lungo 15 anni: seconda parte

Scritto lun, 29 set 2008 20:00 CEST da Emiliano Raffo in Di tutto un pop

Leggi qui la prima parte dell'intervista a Jonathan Grey.

La svolta definitiva arriva però cinque anni più tardi, nel 1993.
Sì, per cinque o sei anni frequento Ibiza e mi apro qualche varco, ma sono ancora una via di mezzo fra un turista affezionato e un viaggiatore in cerca di una nuova meta. Nel 1993 divento "animador", non dj, del Sa Trinxa. Il resto è storia. Alle Saline ho sempre esibito la mia grande passione per la musica, non la mia perizia tecnica.
Hai goduto di grande libertà fin dall'inizio, quindi?
Certo. Quando i tipici ragazzoni inglesi con le confezioni da sei di birra sotto braccio arrivavano alle Saline si aspettavano una sorta di rave. E invece trovavano gente rilassata e un menù musicale totalmente spiazzante. A volte restavano comunque, altre volte se ne tornavano indietro imprecando lungo la strada che li riportava a San Antonio.
Aver avuto nove anni nel 1969, per di più in Inghilterra, deve averti aiutato non poco a costruirti uno spettro di opzioni musicali del tutto folli ed eclettiche...
Puoi dirlo forte. A Ibiza ho portato il reggae che ascoltavo a Londra, a cui ho aggiunto la techno americana, qualche momento ambient. Nel frattempo cavalcavo i ritmi in evoluzione della house music. Cercavo di buttare tutto nel pentolone, dosando con giudizio ogni elemento.
Oggi il dosaggio di questi elementi ti porta anche a suonare cose assolutamente clandestine come quel brano che parte dal riff di "Smoke On The Water" per poi inglobare "Hey Ladies" dei Beastie Boys e altre cose di Daft Punk e Jackson 5...
Esatto, ma non vado matto per i "mash-up". O tiro fuori dal cilindro qualcosa di realmente clamoroso o lascio perdere.

Che rapporto hai con il contingente British che a fine anni '80 venne folgorato sulla via per Ibiza? Intendo i vari Oakenfold, Rampling, Holloway...
E' un rapporto curioso. In qualità di dj arrivai dopo di loro e questo già bastava per ricevere sguardi circospetti. Per anni ci sfiorammo appena, loro tendevano comunque a non considerarmi troppo.
Da quando li vedo allo Space (Jon suona spesso nella notte di domenica del club di Playa d'En Bossa, "We Love Space Sundays", ndr), invece, è tutto uno scambio di complimenti.
Nessun rancore comunque, anch'io non ho fatto un granché per promuovermi ai media. Mi sono ritagliato la mia nicchia al Sa Trinxa e la mia residenza alla serata "Manumission" del Privilege (dal 1994 al 2000) e mi è sempre andata bene così.
Che funzione ha avuto nella tua vita Ibiza?
Per quanto sia strano considerare una "occupazione" mettere su dischi nei club e lungo la spiaggia, direi che l'isola mi ha dato un lavoro. Ma soprattutto mi ha aiutato a scoprire davvero me stesso. E' questa la "spiritualità" di Ibiza.
Potremmo dire che hai preso un po' le distanze da quei tuoi connazionali che hanno sempre visto Ibiza solo come un luogo di eccesso e perdizione?
Sì, per me non è solo quello. La notte, l'eccesso se vogliamo, è solo una faccia della medaglia.
Quanto è diverso oggi Jonathan Grey dal ragazzino che a fine anni '60 cercava una via di fuga dalle fabbriche e dal pessimismo?
Per certi versi è un'altra persona. Ma sono ancora felice, esattamente come un bambino, quando posso cercare dischi nuovi per poi suonarli ad un pubblico vivace e non settario.
Non ho segreti, però se metto su Beatles, Marvin Gaye, Black Sabbath, John Martyn, Ame, Marshall Jefferson, Madonna e Lil' Louis, una ragione c'è: le mie radici sono qualcosa di vago e sfuggente. Non sono stato un espatriato, ma un esiliato volontario. E la forma indistinta di ciò che suono ben si sposa con il cosiddetto sound "Balearico". Cosa significa esattamente "Balearico"? Ancora non lo so.

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