Verve, teniamoceli stretti
Certi album li si aspetta con il fucile spianato. Su “Forth”, quarto album dei Verve, ho letto alcune stroncature quando ancora “Love Is Noise” girava per radio da un paio di giorni. Quando certe band tornano alla musica, diciamocelo, c’è una voglia matta di massacrarle. Poi c’è anche, invece, chi le aspetta per affermare, in modo ingenuo e liberatorio, che quando loro non c’erano tutto era più triste, ma ammettiamolo, sparare sul gruppo che vende è ancora mestiere piuttosto diffuso. Ora che “Forth” è fra noi la sensazione prevalente è una: i Verve fanno sul serio.
“Forth” non è un classico, ma in almeno quattro-cinque casi è la cronaca urgente di un’alchimia ritrovata, seppur per poco tempo (Ashcroft e McCabe, come già sapete, sono già ai ferri corti). Mi concentro “solo” sulla maestosità di ciò che meglio funziona: “Sit And Wonder” è psichedelica ritmatissima e ipnotica; il secondo singolo, “Rather Be”, riprende l’incedere malinconico-bucolico di “Sonnet”; “Judas” vaga per le orecchie buttando lì lievi suggestioni; “I See Houses”, ciondolante e raffinato, è una ballata un po’ sconfitta e meditabonda; “Noise Epic”, infine, ha una coda garage-rock pazzesca che dal vivo trita tutto.
Prima di sapere cosa ne pensate voi, avevo solo voglia di condividere con chi mi legge qualche pensiero sparso su un album prezioso, da non sottovalutare affatto. Quale ruolo giochino i rinati Verve in uno scenario che della frammentazione ha fatto la sua regola, difficile affermarlo. Probabilmente “Forth” non avrà un seguito, probabilmente Ashcroft e McCabe saranno sempre destinati ad entrare in crisi prima di riabbracciarsi e produrre “big music”, ma più ascolto “Valium Skies” più credo che di “Forth” ce ne fosse un gran bisogno.

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